
Quando si parla di mercato immobiliare milanese si pensa subito a prezzi, compravendite, investimenti e quartieri in trasformazione. Ma il rapporto tra Milano e la casa ha una storia molto più lunga e, per certi versi, sorprendente. Basta tornare indietro di circa due secoli per trovare una città nella quale vivere in affitto era la normalità, mentre possedere una casa rappresentava un’eccezione. Nel corso dell’Ottocento e poi del Novecento, però, Milano cambia profondamente: cresce la popolazione, arriva l’industrializzazione, nascono nuovi quartieri e nuove esigenze abitative. E cambia anche il modo di vivere la casa.
Milano nell’Ottocento: quasi tutti vivevano in affitto
All’inizio del XIX secolo la proprietà immobiliare milanese era concentrata soprattutto nelle mani delle grandi famiglie e della curia. Alcuni clan come Borromeo e Visconti, infatti, possedevano addirittura interi quartieri del centro, mentre la Diocesi disponeva di migliaia di palazzi ottenuti anche attraverso lasciti e donazioni. Il risultato era una città nella quale la maggior parte degli abitanti viveva in affitto. Un esempio curioso arriva dalla corte di Eugenio di Beauharnais, viceré d’Italia: tra le famiglie che ne facevano parte, soltanto i Litta risultavano proprietari della propria abitazione.
I contratti di locazione avevano generalmente durata annuale e scadevano il 29 settembre, giorno di San Michele. La data era talmente importante per la vita cittadina che “L’esser drè a faa San Michee” divenne un’espressione milanese per indicare il trasloco. Ma perché proprio il 29 settembre? La risposta è legata alla particolare struttura economica di Milano. Nel resto del Nord Italia i contratti scadevano generalmente l’11 novembre, San Martino, una data legata al calendario agricolo, mentre Milano aveva invece un’economia più urbana. A determinare questa scadenza contribuiva anche il regime delle acque, che proprio il 29 settembre dopo l’estate tornavano dai campi alla città.

Cercare casa nel 1820: gli annunci sui giornali e la scelta del quartiere
Per quanto possa sembrare lontana, la ricerca della casa a Milano nell’Ottocento aveva già qualcosa di sorprendentemente familiare.
Un documento del 1820 racconta infatti come avveniva la ricerca di un’abitazione da parte di una famiglia della buona borghesia mercantile milanese. Nel resoconto, i due figli vengono mandati in giro per la città alla ricerca di un appartamento adeguato alla condizione sociale della famiglia. Il quartiere, naturalmente, era fondamentale: alcune zone considerate popolari e poco salubri venivano escluse a priori. E come si trovava casa? Consultando i quotidiani. La famiglia acquistava tutti i giornali pubblicati in città, perché proprio in quei giorni erano pieni di annunci di appartamenti disponibili.
Anche gli immobili visitati raccontano molto della Milano dell’epoca. Un’abitazione disponeva di dodici stanze, un giardino e una scuderia per sei cavalli, ma venne scartata perché il canone annuo di 5.000 lire era considerato troppo elevato. La famiglia trovò infine un grande appartamento con dieci stanze, una scuderia per quattro cavalli, due camere per la servitù e persino un bagno con scarico e acqua.
Dalla Milano borghese alle case di ringhiera
A quel tempo, però, la casa non era uguale per tutti. Se le famiglie più abbienti potevano vivere in grandi appartamenti nei palazzi signorili del centro, la maggioranza dei milanesi viveva in condizioni decisamente più semplici. Un’abitazione poteva essere composta da una sola grande stanza, con una sola finestra, una stufa e un bagno condiviso, mentre l’acqua non era necessariamente disponibile all’interno dell’appartamento.
La situazione cambia ulteriormente con l’industrializzazione. Tra XIX e XX secolo Milano attira nuovi lavoratori provenienti dalle campagne e dal Sud, e cresce una nuova borghesia. La città deve quindi fare i conti con una domanda abitativa sempre maggiore. È in questo contesto che si diffondono le case di ringhiera, abitazioni pensate per accogliere la popolazione operaia: appartamenti molto piccoli, spesso di una o due stanze, nei quali potevano vivere famiglie numerose. I servizi igienici e le fontane dell’acqua potabile erano comuni e si trovavano sui ballatoi o nei cortili.
Il mercato delle locazioni era inoltre molto diverso da quello attuale. Il rapporto tra proprietario e inquilino era fortemente sbilanciato a favore del primo e le tutele per i lavoratori erano limitate. Perdere il lavoro o non riuscire più a pagare l’affitto poteva significare essere sfrattati alla scadenza del contratto. Per questo alcune famiglie ricorrevano al subaffitto, arrivando a condividere non soltanto una stanza, ma anche un singolo letto.
Parallelamente continuava a esistere un mercato completamente diverso: quello dei palazzi signorili destinati alla borghesia. I piani nobili ospitavano gli appartamenti più prestigiosi, mentre la servitù viveva spesso nelle mansarde.

Dal vivere in affitto alla casa di proprietà
La grande trasformazione arriva nel corso del Novecento, con il proliferare di contratti di locazione più lunghi e l’aumento dei rinnovi. Poi, a partire dagli anni Trenta, comincia a diffondersi maggiormente la proprietà della casa e, nel secondo dopoguerra, il numero di proprietari raggiunge livelli simili a quelli di adesso. In poco più di un secolo, dunque, Milano passa da una città nella quale quasi tutti erano inquilini e pochi possedevano interi quartieri a una società nella quale la casa di proprietà diventa una realtà molto più comune.
È forse questo l’aspetto più interessante di questa storia: il mercato immobiliare non cambia mai da solo. Cambiano la città, il lavoro, la popolazione e le esigenze delle persone. E, insieme a loro, cambia anche il modo in cui i milanesi cercano, affittano e vivono la propria casa: un altro aspetto che ricorda da vicino ciò che ancora oggi succede nella nostra Milano.
Fonti: Milano Scomparsa


